Aumento di peso in gravidanza

aumento peso in gravidanza

Il peso in gravidanza è uno degli aspetti più delicati da gestire.

Durante i 9 mesi di gravidanza la donna vede trasformarsi a mano a mano il suo corpo, per accogliere la nuova vita che si sta sviluppando.

Non è sempre facile accettare questi cambiamenti, tanto meno gestirli, soprattutto perché è argomento di conversazione con parenti e amici che non mancano di domandare quanti kg sono stati già acquistati o di commentare i cambiamenti fisici.

E’ vero che non tutte le gravidanze sono uguali e le donne non subiscono tutte gli stessi cambiamenti. Vale lo stesso discorso della tendenza ad ingrassare in condizioni “normali”: c’è chi mangia di più ma è più magro di chi mangia di meno.

Peso in gravidanza: Cosa dicono le linee Guida?

Nel corso della gravidanza aumenta il metabolismo basale della futura mamma e, quindi, i suoi fabbisogni energetici, essenzialmente per due motivi:

  1.  perché c’è un maggiore fabbisogno di lipidi e proteine per la costruzione dei tessuti della placenta e del feto da una parte e del tessuto adiposo ed altri tessuti della mamma (utero e ghiandole mammarie), dall’altra parte:
  2. perché l’organismo della donna richiede più energia, dovendo gestire una massa corporea maggiore del solito e comunque in via di crescita, soprattutto durante il terzo trimestre di gravidanza. L’aumento del metabolismo basale (quante kcal vengono bruciate al netto di ogni attività) durante i mesi è stimato essere del 5% nel primo trimestre, 10% nel secondo trimestre e addirittura del 25% del terzo trimestre.

Nel corso dell’ultimo secolo le teorie sull’aumento di peso in gravidanza hanno subito molte modifiche. Negli anni ’50 si cercava di prendere meno peso possibile; verso gli anni ’90 l’attenzione si è spostata dalla mamma al bambino, per cui si è posto al centro il benessere del feto (affinché non avesse un basso peso alla nascita) e la prevenzione di complicanze ostetriche; attualmente, secondo i LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti), l’aumento di peso in gravidanza deve essere proporzionale al BMI (Body Mass Index o Indice di Massa Corporea) di partenza della donna e deve mantenere il bambino in buona salute.

Proprio dai LARN otteniamo una tabella che spiega gli intervalli di peso ottimale per la gestante, in base al BMI di partenza:

  • 12,5 – 18 kg nelle donne sottopeso (BMI < 18),
  • 11,5 – 16 kg nelle donne normopeso (BMI compreso tra 18 e 24,9),
  • 7 – 11,5 kg nelle donne sovrappeso (BMI compreso tra 25 e 29,9) e
  • 5 – 9 kg nelle donne obese (BMI >30).

All’interno di ogni intervallo di BMI quanto più la donna è vicina al limite inferiore tanto più i kg consentiti sono vicini al loro limite superiore. Per esempio, una donna con BMI=19 rientra nell’intervallo 11,5 – 16 kg, ma può concedersi di avvicinarsi maggiormente ai 16 kg; viceversa una donna normopeso ma con BMI=24, preferibilmente, dovrebbe mantenersi intorno ai 12 kg.

Inoltre, per le donne di età inferiore ai 20 anni e di statura inferiore ai 157 cm sono consigliati i valori tendenti all’estremo superiore degli intervalli. Nelle gravidanze gemellari mediamente è consigliato un aumento di peso di 11,5 – 16 kg.

Quindi…quanto si può mangiare?

Per rimanere nei range citati, le linee guida consigliano di non modificare nulla negli apporti nutrizionali durante il primo trimestre (periodo in cui si consiglia si non aumentare affatto di peso, anche perché la costruzione di nuovi tessuti è ancora minima), aumentare di 260 kcal/die gli apporti del secondo trimestre e di 500 kcal/die nel terzo trimestre.

…e nella realtà?

Be’, ogni linea guida deve essere sempre calata nel singolo caso. Ogni donna tende a prendere peso diversamente dalle altre, per cui, per uno studio più approfondito, è opportuno guardare anche tutto quanto c’è “intorno”: predisposizioni personali (insulino resistenza, diabete, ipertensione, dislipidemie, ecc), composizione corporea (massa grassa, massa magra, stato di idratazione), livello di attività (scarso, moderato, elevato…considerando anche se durante la gravidanza è richiesto un rallentamento o un periodo di riposo). Tutto questo significa che il numero sulla bilancia è solo un’indicazione, ma spesso non è nemmeno la principale e a volte può non essere sufficiente per comprendere cosa accade nel corpo della gestante.

E’, quindi, consigliabile rivolgersi ad un biologo nutrizionista, un dietologo o un dietista che possano effettuare una valutazione della composizione corporea, ad esempio tramite un’adipometria, per comprendere se l’aumento di peso dipende da un aumento della massa grassa o da altri fattori.

E’, comunque, da consigliare un approccio multidisciplinare tra il ginecologo o l’ostetrica di riferimento ed un nutrizionista, perché solo in questo modo si può avere una visione completa di quello che accade durante la gravidanza e si possono anche, eventualmente, prevenire future complicazioni o intervenire precocemente se si dovesse presentare qualche ostacolo.

Riferimenti bibliografici:

FAO/WHO/UNU, Report of a Joint FAO/WHO/UNU Expert Consultation. Rome: FAO Food and nutrition technical report series No. 1, 2004

LARN, Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed Energia. IV Revisione, SINU, Società Italiana di Nutrizione Umana, ottobre 2014

 

La dieta del digiuno

dieta del digiuno

La dieta del digiuno sembra una ovvietà ma in realtà dieta e digiuno non hanno lo stesso significato. Un regime alimentare personalizzato sulla base dell’analisi del fabbisogno energetico giornaliero, dello stile di vita e delle proprie predisposizioni genetiche (da valutare con i test del DNA), può contemplare anche una fase di astensione dal cibo.

Dieta del Digiuno On-Off

Esistono moltissime diete che si basano su fasi di alimentazione regolare che si alternano a fasi di digiuno con obiettivo principale di accelerare il metabolismo e aumentare l’efficacia della dieta.

Le diete vengono anche definite di digiuno intermittente o in termini più anglosassoni on-off in quanto completano la fase on, ovvero quella in cui si consumano pasti normali, e la fase off caratterizzata dall’astensione dal cibo.

Nelle fasi off, di astensione dal cibo, che possono variare dalle 12 alle 16/19 ore, sono ovviamente concessi i liquidi ma non le bevande gassate e zuccherate. Quindi via libera a acqua, tisane, caffè, thé ed in generale tutte le bevande senza zuccheri.

L’alternanza delle fasi on-off, innesca una serie di reazioni da parte dell’organismo che vanno a rafforzare la resilienza e la capacità in generale dell’organismo di reagire a situazioni di stress alimentare attraverso un utilizzo più efficiente dei nutrienti che ingeriamo e che sono disponibili nello strato adiposo dei tessuti.

Le più diffuse diete del digiuno

Alcune diete prevedono, ad esempio il rispetto degli intervalli di digiuno e di alimentazione. La fase di digiuno deve durare almeno 16 ore al giorno e nella restante fase on di massimo 8 ore possono essere consumati due o tre pasti regolari.

Altra tipologia di dieta del digiuno, invece prevede una fase off di uno o al massimo due giorni a settimana, mentre nella fase on si può seguire una dieta normocalorica.

Ancora la Warrior diet prevede una fase on della durata massima di 4 ore al giorno, cioè solo per 4 ore al giorno si può mangiare, distribuiti tra una cena e due o tre spuntini al giorno a base di verdure.

La dieta del digiuno 5:2, dove per 5 giorni si mangia in modo regolare e per due giorni non si segue un vero e proprio digiuno, ma si prevede una forte restrizione calorica attraverso l’assunzione di massimo 500/600 calorie al giorno, divise tra una colazione abbondante ed una cena leggera, oltre a un paio di spuntini.

Infine, la celeberrima dieta mimadigiuno, molto di moda in Italia, in quanto elaborata da un ricercatore italiano negli Stati Uniti. La dieta è a base 100% vegetale, quindi niente prodotti di origine animale. Si consumano moltissime verdure e della frutta secca (massimo 20 gr). Non vanno consumate le patate, per l’alto contenuto di amidi e l’alto indice glicemico e tutti i legumi (la soia è un legume), per l’alto contenuto di proteine.

Nella dieta mimadigiuno si consumano prevalentemente proteine di origine vegetale a discapito di quelle animali provenienti dalla carne e dai formaggi. Queste attiverebbero i geni promotori della crescita e dell’invecchiamento

I rischi della dieta del digiuno

Non vanno assolutamente sottovalutati i rischi di una dieta che contempli le fasi del digiuno. Questi regimi alimentari non sono idonei a prescindere per tutti gli individui e per alcuni può risultare pericolosa. Sono assolutamente sconsigliate ai diabetici insulino dipendenti, a qualunque malato privo di consenso del medico, ai malati di anoressia, a chi è in sottopeso, ai soggetti in accrescimento; la fascia d’età più idonea è tra i 20 e i 70 anni.

Prima di iniziare una dieta di questo tipo bisogna sempre valutare: peso e indice di massa corporea (IMC/BMI), pressione sanguigna, temperatura corporea, glicemia, lipemia, ematocrito, sideremia. La dieta va eseguita sempre sotto controllo del nutrizionista o del medico che potrà adattare in maniera costante la dieta sulla base dei risultati ottenuti o degli effetti attesi.

 

La resilienza ed il ruolo strategico del biologo nutrizionista

resilienza

Il concetto di resilienza si sta diffondendo sempre di più soprattutto nelle aree dove proliferano  (secondo il sociologo Bauman) i fenomeni di insicurezza, incertezza e precarietà.

La resilienza ha un significato mutuato dall’ingegneria che può assumere diverse accezioni a seconda dei campi in cui trova applicazione.

In generale è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento. Quindi, nel campo ingegneristico è la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica; nel campo informatico è la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso e di resistere all’usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati; nelle materie artistiche, infine, rappresenta la capacità dell’opera d’arte di mantenere le sue caratteristiche nel tempo.

In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte, con le proprie risorse a disposizione, agli eventi di tipo traumatici. Rappresenta la forza di riprendere le attività ordinarie, la capacità di poter fronteggiare situazioni contingenti e l’attitudine a reagire agli eventi per evitare di compromettere il proprio essere.

Quest’ultimo aspetto o significato della resilienza assume una particolare importanza, non solo dinanzi ad eventi traumatici, ma anche per fronteggiare eventi secondari che abbiano un impatto minore e prolungato nel tempo.

Senza voler entrare in un campo strettamente psicologico (per il quale si rinvia agli approfondimenti di settore), la resilienza rappresenta uno dei pilastri fondamentali nella strategia di diminuzione del peso.

L’evento di rilievo che bisogna fronteggiare è l’incremento di peso, ovvero la consapevolezza che il peso raggiunto non è più adatto alla proiezione del nostro io nel mondo. In altre parole, quando ci si rende conto che la nostra forma esteriore non è più coerente con la visione del nostro corpo da parte di noi stessi e della società, allora bisogna iniziare a fronteggiare questo evento.

L’evento non necessariamente è immediato, di tipo traumatico ed imprevisto, quale può essere uno shock esogeno, ma è la sua manifestazione che può essere improvvisa, traumatica ed imprevista.

Ad esempio, l’avvicinarsi della stagione estiva, con la pubblicazione sulle riviste e su altri social media di immagini con corpi statuari in costume sulle spiagge, può rappresentare una manifestazione di un disagio personale, legato alla non conformità del proprio aspetto estetico a dei canoni dettati dalla società e dalle attenuanti o aggravanti che poniamo rispetto a quei canoni. Certamente nessuno pretende di somigliare a modelle magrissime e proporzionate o uomini super palestrati, benché sia un sogno, quanto piuttosto ad un figura che parta da quel modello e che aggiunga una serie di modifiche o varianti, legate alle proprie risorse disponibili. Un esempio banale è rappresentato dal peso forma. Moltissimi programmi consentono di calcolare, banalmente, il peso forma utilizzando due o più parametri: costituzione, altezza e sesso. Nei programmi più evoluti si inseriscono anche parametri come la circonferenza del polso. L’esito del programma riporta molto spesso una tipologia di peso irraggiungibile, perché non tiene conto degli altri fattori individuali, quali la massa muscolare, l’armonia dello scheletro osseo, la massa metabolicamente attiva e la tipologia di massa grassa, sottocutanea o viscerale.

Ecco che l’evento scatenante porta alla necessità di fronteggiare il fenomeno con le proprie risorse a disposizione. Nella strategia di perdita di peso si inizia con la riduzione dell’apporto calorico, mangiando semplicemente meno. Dopo il fallimento della prima risorsa, si richiedono consigli a parenti ed amici per poi, successivamente, affidarsi ad informazioni ottenute da riviste e internet.

Le risorse, in tal caso, sono certamente esterne, mentre la risorsa interna è caratterizzata dalla capacità di reagire, rispettando le indicazioni ottenute.

L’ultima risorsa esterna, quando tipicamente sono fallite tutte le altre, è rappresentata dal professionista, sia esso medico o biologo nutrizionista.

Il supporto di un professionista dell’alimentazione, medico o biologo nutrizionista, consente, quindi, di migliorare notevolmente la resilienza nella riduzione del peso, sia perché fornisce indicazioni scientifiche in relazione ai parametri oggettivi che bisogna rispettare (peso, bmi, massa muscolare, attività fisica, predisposizioni genetiche), sia perché consente di ottimizzare le risorse interne a disposizione per il raggiungimento dell’obiettivo, evitando, quindi, fenomeni di frustrazione che possono essere molto pericolosi.

Il biologo nutrizionista stimola maggiormente le risorse a disposizione e la capacità di fronteggiare la riduzione di peso in maniera efficiente, efficace ed in maniera corretta.

Il supporto del professionista assume, quindi, un ruolo di facilitatore, di potenziamento e di canalizzatore della resilienza nella strategia di riduzione del peso.

 Come migliorare la resilienza?

La resilienza può essere migliorata e rafforzata costantemente con alcune pratiche. La prima è la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie risorse che, inevitabilmente, comporta il non tentare di riconquistare una mitica forma originaria, ideale o da copertina di riviste. Fondamentale è, quindi, riuscire a dare una corretta visione della forma fisica individuale attraverso un nuovo e più forte equilibrio tra il nostro io interiore e la proiezione dello stesso nel mondo.

Un equilibrio che, evidentemente, cambia con il trascorrere del tempo, con un diverso modello di società in cui viviamo e con una diversa percezione del mondo. Ecco che la resilienza si rafforza con una costante capacità di adattamento ai cambiamenti della natura ed una accettazione di tali cambiamenti.

Quindi, necessariamente, il punto di partenza è affrontare ogni situazione con una sorta di umiltà, di predisposizione alla accettazione dei propri limiti e delle proprie risorse.

Il ruolo del biologo nutrizionista è importante, in quanto interviene su due fronti:

  • Nella corretta misurazione delle risorse disponibili per affrontare il dimagrimento;
  • Nel corretto approccio alla strategia di dimagrimento con la definizione di un obiettivo che sia coerente con le caratteristiche fisiche del paziente.

La definizione dell’obiettivo di dimagrimento da parte del biologo nutrizionista migliora, in definitiva, la resilienza nella misura in cui consente la precisa individuazione dei parametri fisici e delle misurazioni oggettive coerentemente con l’anatomia della persona e consente di determinare la corretta strategia di dimagrimento.

 

Il migliore Nutrizionista? Ecco chi sono i più bravi.

migliore nutrizionista

Il migliore nutrizionista a Roma, Napoli o Milano, il più bravo o la più brava. Ecco una delle  richieste più frequenti che si ricercano sulla rete.. Tutti alla ricerca di una classifica, tra i migliori o i più bravi biologi nutrizionisti.

Per trovare una risposta dobbiamo, però, individuare dei criteri di selezione, senza i quali non possiamo individuare alcun termine di paragone.

Il primo criterio in assoluto è il titolo di studio.

Il settore della nutrizione è pieno di persone improvvisate e di numerose fonti di informazione. Molte diete vengono rilasciate all’interno di negozi che associano ai piani alimentari anche una serie di prodotti con prezzi molto elevati. Ecco che allora l’obiettivo non sarà tanto la salute del paziente, ma il fatturato del negozio.

I sedicenti nutrizionisti, spesso si fanno chiamare anche coach e utilizzano molto i canali social per raggiungere un numero più elevato di persone. Cercano di attrarre le persone dando l’illusione di poter far ridurre il peso anche di parecchi Kg, in poco tempo e soprattutto con poca fatica. Si riconoscono subito perché pubblicano on line delle immagini che riportano fantomatiche conversazioni con i loro pazienti nelle quali evidenziano la soddisfazione di tutti coloro che hanno seguito il loro metodo, definito spesso “programma”. Le conversazioni sono molto spesso fasulle, create ad arte utilizzando apposite applicazioni che si trovano sugli store di Apple e Android (ad esempio what’s fake). Inoltre, non illustrano mai subito il loro metodo, ma invitano a contattare in privato il coach. Difatti i loro programmi sono basati su uno schema di dieta standard che è possibile trovare anche sui giornali, ma con l’aggiunta di bibitoni definiti anche detox e prodotti vari, come barrette, infusi ecc. Il costo dei prodotti oscilla tra le 80 e le 200 euro al mese e si dividono in pacchetti. Ecco che l’obiettivo anche dei coach è, quindi, quello di vendere prodotti senza alcuna valutazione dello stato di salute del paziente e degli effetti dei bibitoni sull’organismo. I coach non hanno alcun titolo di studio valido, infatti non parlano mai di diete ma di programmi di dimagrimento.

Altro luogo con una elevata presenza di persone che elaborano diete sono le palestre. I personal trainer e gli istruttori elaborano spesso diete da affiancare all’attività fisica, senza averne né titolo né le facoltà. Non si tratta di semplici consigli, ma di veri e propri piani alimentari strutturati su 6 giorni la settimana a cui vanno associati integratori o bibitoni per raggiungere prima i risultati in termini di struttura fisica e di riduzione della massa grassa. Anche in questo caso, si evidenzia la carenza di un titolo di studio adeguato alla elaborazione di diete dei personal trainer che potrebbero portare a problemi seri di salute nel lungo periodo, tenuto conto che l’alimentazione consigliata è sempre troppo squilibrata verso le proteine con un affaticamento eccessivo di fegato e reni. Questa tipologia di diete andrebbe elaborata da professionisti esperti che dovrebbero seguire costantemente i pazienti e tenere sotto controllo lo stato di salute.

Un suggerimento: diffidate, in generale, di chi vi consegna diete o “consigli alimentari” senza intestazione, nome, firma. Significa che:

  • Non si assumono la responsabilità di ciò che vi stanno dicendo di fare;
  • Sono consapevoli di non essere autorizzati legalmente ad elaborare diete e quindi eliminano ogni prova che potrebbe ricondurre quel foglio a loro.

 

Il secondo criterio è l’aggiornamento professionale

I migliori nutrizionisti sono anche quelli che si aggiornano in continuazione, sia in relazione ai nuovi studi che la ricerca scientifica produce costantemente in questo settore sia in termini di nuovi ritrovati a supporto dell’alimentazione.

Un nutrizionista aggiornato è un ottimo indicatore di un livello elevato di capacità di inquadrare correttamente il problema e di trovare la soluzione più adatta al paziente, ai suoi obiettivi e al suo stato di salute.

 

Altro criterio è la strumentazione a disposizione

Sembra banale, ma oggi i migliori nutrizionisti non dispongono solo della classica bilancia pesapersone, ma anche di altri apparecchi molto sofisticati. Oggi una efficiente valutazione nutrizionale non si basa più solo sul peso in termini assoluti e relativi misurati con una bilancia, ma anche su altre misure come la massa grassa, la massa magra, l’analisi dello strato di grasso e della composizione dello stesso, il metabolismo basale ecc.  Quindi avere a disposizione qualche strumento in più rispetto alla classica bilancia può fare la differenza.

La rieducazione alimentare

Un bravo nutrizionista non deve soltanto far perdere peso, ma evitare il cosiddetto effetto yo-yo. Le diete non servono solo a dimagrire, ma devono essere finalizzate ad una rieducazione all’alimentazione, ovvero ad assumere la quantità e la tipologia di cibo più adatta al proprio metabolismo, tenuto conto dello stato di salute, mantenendo la corretta armonia degli elementi.

L’esperienza

Un nutrizionista che lavora da qualche anno ha una maggiore esperienza nel trattare diverse tipologie di pazienti ed ha, quindi, una capacità più elevata di individuare problemi e soluzioni.

Esistono anche altri criteri, ma con quelli elencati sarà più semplice individuare il proprio nutrizionista.

Allora chi sono i migliori nutrizionisti a Roma, Milano, Napoli? Sono quelli che con il titolo di studio, esperienza, adeguata formazione e strumentazione, elaborano diete e piani alimentari personalizzati che tengono conto anzitutto la salute dei pazienti.

 

Grasso nascosto: a rischio anche le persone magre

grasso nascosto

La rivincita di coloro che devono lottare ogni giorno con la bilancia, di coloro che i cibi sembrano moltiplicare le calorie dopo averli appena ingoiati. Il sovrappeso non è l’unico problema che bisogna affrontare in maniera decisa per stare in salute, bisogna stare anche attenti al grasso nascosto che anche se invisibile può creare seri danni alla salute.

Gli overfat, ovvero i sovra grassi sono un insieme molto più esteso della popolazione che si trova in sovrappeso. Uno studio dell’Università di Auckland ha calcolato che una quota tra il 62-76 per cento della popolazione generale è affetto da questo problema, di cui solo una quota tra il 39 e il 49 per cento sono quelli in sovrappeso o obesi. Questo significa che esiste una parte rilevante di veri “falsi magri“, cioè coloro che hanno del grasso accumulato pur rientrando nella categoria di normopeso.

In altre parole, anche coloro che non hanno chili in eccesso, magri all’apparenza, potrebbero essere a rischio se presentano grasso nascosto accumulato. I cosiddetti falsi magri sono, quindi, di gran lunga più numerosi rispetto a coloro che semplicemente non appaiono alla vista grassi.

 

Il mero calcolo del grasso tramite BMI o IMC (indice di massa corporea), in questi casi è totalmente inefficace, in quanto non da indicazioni sulla reale presenza di grasso nascosto. Ad esempio, lo sportivo ha tipicamente un BMI superiore alla fascia di normopeso, dovuto alla presenza di muscoli, senza però essere grasso, mentre il normopeso (secondo il BMI), potrebbe, invece, avere grasso accumulato.

Il grasso accumulato comporta rischi sulla salute. Il tessuto adiposo sugli organi interni ha effetti metabolici negativi, aumentando lo stress ossidativo, favorendo malattie come il diabete, incrementando il rischio cardiovascolare, pari a coloro che sono in sovrappeso.

Alcuni soggetti non hanno la tendenza ad ingrassare, ovvero ad accumulare apparentemente grasso. Una errata alimentazione che non consente di bruciare le calorie in eccesso, porterà comunque un accumulo di grasso, sulla pancia e poi intorno agli organi, dove può causare molti danni. Le donne sono più fortunate, perché tendono ad accumulare grasso su cosce e fianchi, risparmiando gli organi interni in tal modo presentano un rischio cardiovascolare inferiore.

Come verificare quindi la presenza di grasso nascosto?

Esistono diversi test poco costosi e molto efficaci.

Il test per eccellenza è l’adipometria, un tipologia di ecografia che individua il grasso accumulato in profondità è uno delle indagini più efficienti ed efficaci per verificare la presenza di grasso nascosto.

La bioimpedenziometria, effettuata con macchinari avanzati, non la semplice bilancia da supermercato, consente di verificare massa grassa e massa magra anche in caso di piccoli accumuli di adipe.

Ovviamente, il grasso nascosto può essere individuato anche mediante macchinari diagnostici ospedalieri, con tempi e costi di gran lunga superiori.

 

Come intervenire per eliminare il grasso nascosto?

Il primo passo è, ovviamente, la valutazione della quantità di grasso nascosto. I falsi magri, dovranno svolgere attività fisica che consentirà in poco tempo di eliminare l’adipe superfluo e mettere in sicurezza la propria salute. Ovviamente per coloro che già sono in sovrappeso o obesi, bisognerà invece associare una buona dieta all’attività fisica che consentirà di ridurre il peso e stare in salute.

Fondamentale, per tutti, anche i magri o coloro che appaiono a prima vista magri, fare un controllo e, nel caso, iniziare a reimpostare il proprio stile di vita.

Pasqua: uova di cioccolato e non solo…

uova di cioccolato

Dalla Pasqua all’uovo

L’uovo è simbolo pasquale da secoli ormai, poiché, essendo la Pasqua una festa religiosa, in cui si celebra la rinascita di Cristo, niente meglio dell’uovo può rappresentare una nuova vita. Ecco perché molte tradizioni legate alla Pasqua hanno come simbolo centrale l’uovo.
Prima che l’uovo “diventasse” di cioccolato (e quindi un dolce da mangiare), era utilizzato soprattutto come soggetto da decorare, sia che si trattasse di uova sode sia che si trattasse, invece, di oggetti di vario materiale a forma di uovo.
Anche la gastronomia ci regala molte tradizioni a base di uova: moltissime ricette, appartenenti alle varie regioni, hanno come ingredienti le uova, alcune (come il famoso casatiello napoletano) le prevedono anche come ornamento in bella mostra sulla superficie della pietanza e non come ingrediente interno.

Dall’uovo tradizionale all’uovo di cioccolato

Con il tempo l’evoluzione delle tradizioni ha portato all’ingresso del cioccolato nel simbolo pasquale. Dapprima (quando non era semplice creare stampi ad hoc) l’uovo era pieno, un unico blocco di cioccolato (probabilmente anche più complicato da consumare). Un’azienda inglese, alla fine del 1800, per la prima volta produsse un uovo “vuoto” e decise di colmare quel vuoto con una piccola sorpresa (d’altra parte la simbologia della nascita prevede che dall’uovo debba uscire qualcosa).
Si è dato, così, inizio, alla nostra moderna tradizione dello scambio di uova di cioccolato nel giorno di Pasqua.

Non farà male tutto questo cioccolato?

Mangiare tutte le uova che ci vengono regalate in una sola volta, fa male di certo.
Secondo la Direttiva Europea 2000/36/CE il cioccolato può essere definito tale se è costituito da almeno il 35% di cacao, in parte cacao sgrassato ed in parte burro di cacao, a cui va aggiunta una certa quantità di zuccheri.
Conosciamo tre tipi di cioccolato: fondente, al latte e bianco.
La differenza tra il cioccolato fondente e quello al latte risiede nella quantità di latte aggiunta alla ricetta. Il fondente ne è privo, l’altro, come dice il nome stesso, ne contiene quantità variabili a seconda del produttore.
Il cioccolato bianco, in realtà, non sarebbe classificabile come cioccolato, dal momento che non contiene cacao sgrassato, ma solo burro di cacao e (molti) zuccheri, per cui non è il linea con la Direttiva Europea.
Qual è il migliore? Naturalmente ognuno ha le proprie preferenze in termini di gusto, ma, stando alla definizione europea…il fondente sembra essere proprio quello più rispondente ai requisiti stabiliti.

Il cioccolato fa ingrassare?

All’aumentare della percentuale di cacao, aumentano anche le calorie del cioccolato e la composizione in grassi prevede quasi essenzialmente grassi saturi. C’è da aggiungere, però, che i grassi trans (quelli più pericolosi, per intenderci) sono presenti in basse concentrazioni, mentre aumenta la quantità di polifenoli ed antiossidanti in generale (in differenti proporzioni, in base alla zona geografica di provenienza).
Molti studi effettuati nel tempo hanno dimostrato che delle quantità moderate di cioccolato (circa 20 g al giorno) non solo non provocherebbero un aumento dell’IMC (Indice di Massa Corporea), ma sembrerebbero anche migliorare la pressione arteriosa. Il triptofano contenuto nel cioccolato fondente, invece, contribuirebbe a “dare il buon umore”, essendo un precursore della serotonina.
Addirittura molti studi ne consigliano l’utilizzo anche in gravidanza per il benessere della mamma ed il temperamento del bambino

In definitiva, quindi, una porzione di cioccolato di circa 20 g al giorno non influisce sul peso corporeo, ma, naturalmente, più è fondente meglio è!

Il lato “oscuro” del cioccolato

Nel cioccolato è inserita anche una certa quantità di caffeina, che non è molto salutare. Se assunta in eccesso può dare problemi di tipo infiammatorio all’apparato gastrointestinale, può provocare ipertensione, irritabilità, nervosismo e disturbi neurologici.
Per le popolazioni delle nostre latitudini, l’OMS raccomanda un’assunzione di caffeina non superiore ai 300 mg/giorno, ovvero: con 20 g di cioccolato extrafondente (un quadratino) possiamo tranquillamente rientrare nei limiti consigliati, ma è opportuno fare attenzione se nel frattempo si assumono altri alimenti contenenti caffeina (caffè, tè, bevande energetiche, integratori, farmaci).

In conclusione il cioccolato è un po’ croce e delizia. Ha i suoi aspetti sia positivi che negativi sulla salute, ma, se si rispettano determinate regole, le buone proprietà superano di gran lunga i possibili danni. Come regolarsi? Due quadratini (20 g) di cioccolato al giorno (il più fondente possibile, preferibilmente) non incidono sul peso, ci riforniscono di importanti antiossidanti, hanno un effetto positivo sulla pressione arteriosa e ci mantengono di buon umore. L’unica accortezza da attuare è evitare di assumere altra caffeina, nell’arco della giornata, oltre a quella contenuta nel cioccolato stesso, quindi attenzione a caffè, tè, bevande varie e anche farmaci ed integratori.

Buona Pasqua e buon cioccolato a tutti!!!