Quando un test di intolleranze cambia la vita

intolleranze alimentari

Le patologie associate agli alimenti ed alle intolleranze sono davvero numerose e comportano, quasi sempre, anche degli effetti sulla vita sociale delle persone. Di seguito un piccolo racconto di un caso di successo, una delle tante piccole soddisfazioni alla mia professione di nutrizioni

Colon irritabile, stress e fattori esogeni”. Ecco cosa hanno sempre detto i medici del mio problema di coliche e diarree improvvise che mi costringevano a frequentare i bagni dei locali pubblici.

I primi casi iniziati intorno ai 16 anni. Inizialmente ho sempre pensato che le cause fossero da attribuirsi a delle mangiate eccessive, come quelle tipiche del periodo natalizio, o a combinazioni di alimenti che mi avevano generato problemi di digestione.

Nel tempo, poi la situazione è peggiorata tanto da spingermi a consultare un medico. Dopo diverse visite ed una colonscopia, il gastroenterologo ha diagnosticato una sindrome da colon irritabile, consigliando una dieta e suggerendo di evitare caffè nei periodi di particolare stress.  Gli episodi di diarrea però non diminuirono, ma tenuti sotto controllo. Il mio piccolo problema mi stava condizionando la vita, influendo anche sulla sfera sociale. Ricordo che in particolari periodi, ogni volta che uscivo, cercavo sempre di individuare un bagno in ogni luogo che frequentavo, in maniera da essere sempre pronto ad ogni evenienza. Ho frequentato i bagni di molti aeroporti, cinema, stazioni ferroviarie, fast food, negozi di abbigliamento. Insomma quel piccolo fastidio aveva influenzato definitivamente il mio stile di vita.

All’età di 42 anni, un giorno, la mia Nutrizionista alla quale mi ero rivolto per perdere qualche chilo, mi ha consigliato di fare un semplice test genetico, con il quale era possibile non solo orientare meglio la mia dieta, preservando lo stato di salute, ma anche verificare delle potenziali intolleranze alimentari.  

Premesso che sono stato sempre molto scettico sui test delle intolleranze. All’età di 20 anni mi proposero un test sul sangue dove emersero risultati davvero strani. Secondo il citotest ero intollerante ad una marea di prodotti tra cui lieviti, fragole, ecc. ecc. Praticamente dovevo ridurmi a mangiare pochissimo escludendo quasi tutta la frutta, la verdura e le farine. Dopo qualche settimana abbandonai le prescrizioni del test che non mi hanno mai convinto.

Il test genetico proposto dalla dottoressa, invece, mi ha convinto per la sua validità scientifica basata sull’analisi del DNA e delle predisposizioni del nostro organismo.

INTOLLERANZA AL LATTOSIO. Ecco il risultato più importante del test che ha dato finalmente una spiegazione scientifica a tutte quelle diarree, tutti quegli imbarazzi davanti ai parenti, agli amici ed ai colleghi che ho avuto negli ultimi 25 anni.

Ecco che allora, semplicemente  seguendo  una dieta che prevede il consumo di latte senza lattosio a colazione, oppure con un piccolo integratore di enzimi, prima di bere latte, la mia vita è radicalmente cambiata. Finalmente conosco quello che mi può far correre in bagno e so come poter affrontare questa piccola patologia che mi ha portato un notevole fastidio in tutta la mia vita.”

Intolleranze alimentari: impariamo a distinguerle

Le intolleranze alimentari sono molto diffuse, spesso dinanzi a sintomatologie dell’apparato gastrointestinale si tende a focalizzarsi sulle patologie più gravi, mentre la soluzione magari è più semplice e sotto i nostri occhi.

Quando si parla di intolleranza al lattosio, celiachia e pochissime altre, si parla di problemi enzimatici, che hanno una propria origine nel nostro corredo genetico. Questi sono solo alcuni esempi di cosa succede quando si pensa di essere “intolleranti a qualcosa”. L’intolleranza non è la patologia, ma la conseguenza di una patologia a monte, che molto spesso è da ricercarsi in problemi diversi. Ad esempio: permeabilità intestinale, reflusso gastroesofageo, ernia iatale e altre patologie gastrointestinali.

E’, quindi, importante avere una buona diagnosi dal proprio medico di fiducia. Infatti, conoscendo la patologia di origine, per un nutrizionista è molto più semplice poter stilare un piano alimentare adatto ad ogni situazione.

 

La pizza ti fa male? Ecco il motivo

pizza ti fa male

La pizza ti fa male? La pizza, croce e delizia di tutti noi italiani che ne siamo ghiottissimi. Negli ultimi anni si sono però moltiplicate le persone che avvertono malesseri vari dopo aver mangiato una pizza in pizzeria. Gonfiore, mal di stomaco, difficoltà di digestione, dolori addominali, coliche, sono i sintomi più frequenti dopo il consumo di una pizza.

Ripropongo un articolo sulla pizza che avevo scritto qualche anno fa e che ha avuto molto successo.

Ma perché la pizza ti fa male non è tollerata?

Se la pizza ti fa male bisogna identificarne le cause. Anzitutto i malesseri indicati riguardano le pizze consumate in pizzeria e, tipicamente, soltanto in alcune pizzerie, mentre non riguarda le pizze fatte in casa. Quindi, i sintomi non sono da ascrivere alla tipologia di forno o di cottura, bensì agli ingredienti utilizzati.

La pizza si realizza mediante la preparazione di un impasto a base di acqua, farina e lievito, sul quale vengono posti ingredienti di guarnizione come mozzarella, pomodoro, formaggio, salumi, ecc.

Sorvolando sulla qualità degli ingredienti di guarnizione, che dovrebbero sempre essere di livello elevato, le maggiori problematiche provengono dall’impasto.

La preparazione dell’impasto è davvero la fase più complessa della pizza e la combinazione dei tre semplici elementi di base quali farina, acqua e lievito può creare migliaia di impasti diversi.

Esistono, infatti, centinaia di tipologie di farine diverse e di combinazioni di farine quali grano di tipo 2 o 0, grano saraceno, segale, orzo, avena, Kamut, ecc.

Anche l’acqua utilizzata può essere molto variegata: una leggenda dice che la bontà della pizza a Napoli è dovuta all’acqua della città.

Il processo di lievitazione

Infine, il processo di lievitazione e fermentazione è quello che presenta le maggiori criticità in relazione ai malesseri che può causare la pizza.

Il lievito ideale per la preparazione della pizza è quello naturale (Pasta acida), un composto ottenuto dalla fermentazione spontanea di un impasto di farina di frumento e acqua, dove sono presenti microorganismi di specie diverse (lactobacilli e streptococchi), secondo l’Executive Chef Mattia Sarnataro, “Chef del Piatto d’oro”.

I microorganismi si riproducono alimentandosi di zuccheri semplici (il saccarosio) e, in parte, di zuccheri complessi che sono contenuti nell’amido delle farine. Gli zuccheri vengono trasformati in anidride carbonica, in etanolo, acido acetico, acido lattico, acetile ed acetaldeide. L’insieme di queste attività viene definita “fermentazione” ed è la parte più importante e delicata nel processo di produzione delle paste lievitate. L’anidride carbonica produce un aumento del volume dell’impasto che viene contrastato dalla struttura glutinica della farina che, essendo elastica, si oppone all’espansione dell’anidride carbonica (che è un gas), racchiudendolo all’interno degli alveoli.

Con questo processo si ottiene un impasto poroso che, durante la cottura in forno, si trasforma in prodotto morbido e soffice, conservando a lungo queste qualità che sono la caratteristica dei prodotti ottenuti con le paste lievitate.

Il lievito giusto

La pizza lievitata con lievito naturale è più digeribile, leggera, croccante, aromatica e saporita. L’unico svantaggio è che il pizzaiolo per ottenere la madre o la biga deve usare farine di forza, più costose, adeguandosi a tempi di lievitazione più lunghi, dovendo, peraltro, acquisire una esperienza notevole per tutelare il processo di lievitazione salvaguardandolo da interferenze esterne. Questo tipo di lievito va naturalmente reimpastato con altra farina, acqua, ecc. prima di ottenere il prodotto finito. (Fonte: Federazione Italiana Pizzaioli)

Non sempre, però, il processo di lievitazione viene eseguito così come raccomanda la F.I.P., ma la lievitazione viene indotta artificialmente utilizzando dosi maggiori di lievito, lievito chimico, oppure velocizzando il processo con la temperatura, ovvero “pre-cuocendo” gli impasti da lievitare. Ecco che la pizza ti fa male.

Ho, quindi, chiesto allo Chef Sarnataro cosa può accadere in questi casi:

“In alcuni casi può capitare che, per esigenze particolari, il processo di lievitazione sia accelerato per risparmiare ore lavorative. Ma la velocità della crescita fa sì che l’impasto risulti “pesante”, non sviluppi la necessaria elasticità e risulti, quindi, difficile da digerire”

La pizza industriale

Alcuni processi di produzione industriale delle paste per pizza prevedono l’arresto della lievitazione con appositi abbattitori di temperatura. In questo modo il processo di lievitazione si ferma per poi riprendere allo scongelamento della pasta. Molto spesso, però le pizzerie che acquistano i panetti di pasta a livello industriale, scongelano i panetti senza però attendere il completamento del processo di lievitazione che, quindi, continua a fermentare anche dopo l’ingestione comportando, per i poveri avventori, i malesseri tipici quali gonfiore, pesantezza e problemi di digestione.

Ecco che allora se la pizza ti fa male, il problema risiede nella preparazione e lievitazione della pasta. Una produzione dell’impasto artigianale, secondo i protocolli diffusi dall’Associazione Verace Pizza Napoletana (A.V.P.N) sono sempre garanzia di genuinità e di digeribilità.

La pizza napoletana, caratterizzata da un impasto morbido, realizzata in maniera artigianale risulta, infatti, molto più digeribile e leggera di una pizza romana, con impasto molto sottile e leggero, realizzata con impasto industriale.

In conclusione, non è la tipologia di pizza (napoletana più soffice o alla romana più sottile e croccante) a creare problemi di digeribilità e gonfiore, ma la realizzazione dell’impasto che deve essere realizzato con prodotti di ottima qualità e soprattutto in maniera artigianale, rispettando tutti i tempi (anche lunghi) di lievitazione.

Per fare una buona pizza ci vuole tempo, ma il risultato è poi sorprendente.